Panorama, n. 8 del 27 febbraio
1997, pag. 204, “La
cerimonia degli addii”
Sempre disponibile, per i giornalisti era un approdo sicuro. Quando c’era
bisogno del «parere dell’antropologo», potevi star certo
che Alfonso Maria Di Nola non si sottraeva, anzi rispondeva pronto ed esauriente.
Eppure, di questo cortese e fine intellettuale napoletano, morto il 17
febbraio all’età di 71 anni, si sapeva poco. Non, per esempio,
che da oltre tre anni era completamente cieco, anche se nella sua casa
romana piena di diavoli e di santi in terracotta, di ex voto d’argento
e di libri antichi, continuava a lavorare. L’ultima sua fatica, una
sorta di «testamento spirituale» intitolato Attraverso
la storia delle religioni, è uscita da circa in
mese presso Di Renzo Editore di Roma.
Poco noto di Di Nola era anche il passato. Da parte di padre, ebreo e massone,
c’era una complicata genealogia di rabbini e di medici. Da parte
di madre, cattolica, non mancavano badesse e priori. Il risultato fu un
ragazzino inquieto, che all’età di 18 anni divenne comunista,
ma con quelle sfumature un po’ anarchiche e molto anticlericali (alla
Benedetto Croce), di molti comunisti napoletani. Cosi, a 22 anni, stava
in mezzo agli operai dei pastifici e ai mezzadri a prendersi le manganellate
della polizia di Mario Scelba.
Di Nola avrebbe potuto fare carriera politica nel Pci, insieme ai quasi
coetanei Giorgio Napoletano e Gerardo Chiaromonte. Ma se ne infischiò a
girare l’Italia e il mondo, a caccia di esperienze cattoliche non
ortodosse. Nel 1954, insieme a un libretto di versi civili del tutto dimenticato,
pubblicava una precocissima inchiesta sui preti operai francesi che fece
non poco scalpore. Negli anni seguenti lavorò invece a ricerche
sull’immigrazione nelle metropoli. Solo più tardi, negli anni
Sessanta e Settanta, passò alle indagini sui riti antropologici
della Penisola, che, a partire da quella sul diavolo, pubblicata da Laterza
nel 1979, lo resero famoso.
Di Nola era un ebreo che continuava a combattere, con le sue armi, contro
il cattolicesimo ortodosso, contro il Concordato tra Stato e Chiesa, contro
i cattocomunisti «inciuci» italiani. Conobbe Giovanni XXIII
e tra i due ci fu simpatia. Paolo VI lo citò in un discorso come «uomo
onesto» che onestamente studiava i problemi religiosi. Con Karol
Wojtyla, invece, non c’è mai stata intesa e Di Nola non ha
mai fatto mistero di non amarlo. Da ultimo, era stato vicino a Rifondazione
comunista.
Armando Cossutta, appena saputa la notizia della morte, l’ha «annesso» al
partito con un lancio d’agenzia: Di Nola, insieme ad altri intellettuali
(Ludovico Geymonat, Umberto Carpi), aveva fondato infatti un’associazione
culturale, che poi in parte confluì, quando nacque il partito, in
Rc. Ma quando ci fu la confluenza, Di Nola uscì. E ci tenne sempre
a sottolinearlo.